:
: L'opera : :
I sessanta studi di Virtuosità e di Trascendenza
di Gianni Nuti
La morfologia della chitarra, i materiali da cui
essa è costituita, le forze che sostengono il
suo equilibrio strutturale e quelle che
concorrono alla produzione dei suoni,
racchiudono, secondo Gilardino, una forma
musicale ideale, che consente la massima
valorizzazione del “potere chitarristico”:
lo studio.
Nello scritto che segue, il compositore sembra
affermare la necessità di pensare la musica
sulla chitarra non partendo da strutture formali
determinate
a priori,
ma lasciando la libertà alla materia di
organizzarsi lungo le coordinate
spazio-temporali man mano che essa si plasma
sotto l’azione dell’artista:
La chitarra, strumento
labirintico quant’altri mai, abbonda di moduli
di scrittura [...] ma essi sembrano contenere
forme potenziali proprie, endogene, ed è
probabilmente più giusto, oltre che enormemente
meno difficile, inventare forme
ad hoc
per ogni modello che può venire in mente,
piuttosto che tentare l’ardua conciliazione tra
il bisogno di sviluppare un modello
mantenendogli
le sue caratteristiche di esclusività
chitarristica e l’obbligo di seguitare i dettami
di un’architettura canonizzata come la forma
sonata [...]”.[1]
All’intricatezza della chitarra concorrono:
1.
l’anomala accordatura;
2.
la tecnica strumentale: le due mani compiono
entrambe complessi micromovimenti prensili (l’uno
deformante, l’altro segmentante), ma con
differenti tipi di contatto con le corde; una
mano gode di solido appoggio sul manico, l’altra,
sospesa sopra la cordiera, è costretta a muovere
partendo da un appoggio virtuale creato dalla
tensione muscolare;
3.
le forze impiegate dalle due mani sono
costantemente difformi, anche tra dito e dito;
4.
l’intensità limitata del suono e la rapidità del
transitorio di estinzione non consentono di
sostenere forme musicali
eccessivamente dilatate: sarebbe come dipingere
una grande tela con la tecnica e i materiali
impiegati nella realizzazione di una miniatura.
Anche la letteratura chitarristica del secolo
scorso testimonia quanto le migliori opere dei
chitarristi-compositori siano di lunghezza
contenuta e fondate su figurazioni-modello nate
sullo strumento e sviluppate fino al fisiologico
esaurirsi della loro energia formativa.
L’accordatura per intervalli di quarta non
facilita l’applicazione di percorsi tonali
articolati e contrastanti - come quelli previsti
dalla forma-sonata classica, nata sulle tastiere
- e preferisce, al contrario, forme più libere
d’impianto modale o atonale.
Di virtuosità e non di virtuosismo,
poiché la sfida, raccolta dal compositore e
rimandata all’interprete, non coinvolge
unicamente le capacità atletiche dello
strumentista, ma un vastissimo complesso di
parametri musicali ed espressivi che mobilitano
l’intero
corpus psico-fisico dell’esecutore. Gli
Studi
sono frutto di una ricerca che poggia sulla
chitarra del passato e ne dilata smisuratamente
gli orizzonti fino a domandare al mediatore tra
testo e pubblico un controllo delle facoltà di
tale grandezza da vedere annullato lo sforzo
estremo nella perfezione del risultato poetico.
Lo stesso Gilardino afferma:
Si tratta di portare la virtuosità al grado
dell’annullamento di sé, cioè alla trascendenza.
Io penso che chi è veramente un grande
strumentista non induca più l’ascoltatore ad
apprezzare la bravura, ma glie la faccia invece
del tutto dimenticare, o passare inosservata. Se
noi, ascoltando un interprete, pensiamo che è
bravo, o anche bravissimo, vuol dire che non lo
è abbastanza. Ricorda che cosa scriveva Proust
del pianista in cui si erano adombrate le figure
di Saint-Saens e Debussy? Suonava così bene che
nessuno se ne accorgeva più: era una finestra
aperta sulla musica.
Ecco, i miei studi sono
stati composti per portare lo strumentista già
eccellente verso la purificazione, verso
l’annullamento di ogni traccia del lavoro che
egli compie, per fargli trascendere la materia
strumentale.[2]
La tecnica del “virtuoso”
condivide con il progetto poetico la stessa
tensione verso il confine estremo, la
soglia-limite in prossimità della quale il
rischio si assolutizza, la vicinanza con la
morte e il nulla è palpabile: la punta di
massima perfezione dell’essere rivela la sua
negazione.
Inoltre il termine richiama una dimensione etica
del fare arte, dal momento che l’intento
formativo implica una dedizione totalizzante, un
inossidabile rigore nella ricerca e nel dominio
delle forze a disposizione. L’impulso a creare
forme implica un desiderio di riscatto dalla
propria condizione di
anime
disperse non solo da parte del compositore,
ma anche da quella dell’interprete, che rinnova
l’opera con la propria energia formante; infine
da parte di chi ascolta, educato a concentrarsi
sulla bellezza, a scoprire il valore della
propria spiritualità e ad avvertire l’urgenza di
nutrirla, elevandola ulteriormente.
Tutti i soggetti che concorrono a realizzare
questa operazione interpretante si volgeranno
verso la realtà con un più puntuale e raffinato
sguardo di
veggente.
Trascendenza, e non trascendentale
come il titolo degli studi lisztiani, perché è definitivamente superata la presunzione romantica dello
scavalcamento del “limite” in una titanica lotta
contro l’Assoluto: il superumano è negli
interstizi dell’umano, non si situa all’apice di
una piramide, ma giace sigillato, accerchiato
dalla forma dell’essere.
Di esso non si può svelare il nocciolo, si può
solo assaporare il fascino che emana dall’alveo
del suo nascondiglio.
Quella della trascendenza è una delle esperienze
fondamentali dell’uomo: i misteri della natura,
della storia, del tempo, anche della legge
morale sono fondati sulla loro irriducibilità
alla coscienza piena, al totale controllo da
parte della mente raziocinante.
Non è un campo riservato a pochi eletti,
ma un destino cui tutti devono piegarsi
umilmente, pur aspirando a coglierne i tratti.
Alla luce di questo sentire, anche il
furor romantico, il vitalismo eroico, la centralità del soggetto
all’interno della sua opera, si stemperano in un
atteggiamento contemplativo, che vede la
creazione trascorrere attraverso di sé e
proiettarsi “sopra la lontananza”: oltre la
linea dell’orizzonte i gesti appena accennati,
così come gli impeti o le grida, giacciono
spogli e si animano solo quando, nel flusso del
divenire, sono illuminati da un fugace raggio di
verità.
La scelta dell’arte si radica in Gilardino nella
convinzione di quanto la trascendenza si
manifesti solo attraverso la fisicità come
presenza e, nel contempo, come irraggiungibile
ulteriorità; l’interazione tra corpo e strumento
come tra gesto e suono costituiscono il
fondamento di un atto creativo da cui si
irradiano un’infinità di significati nessuno dei
quali catturabili da una formula concettuale
determinante[3].
La musica gilardiniana è cristallina, definita
in precisi confini formali e, nel contempo,
avvolta in un’alea evanescente di
indeterminatezza: quanto più profondo per un
verso, e indefinito per un altro è il
significato di un’immagine rivelatrice tanto più
denso di tensione dialettica risulta essere il
divario tra l’immagine stessa e il suo specchio
d’ombra.
Inoltre la trascendenza, nella sua unicità
ontologica, mostra la sua presenza e il suo
nascondimento nella varietà multiforme del reale,
per questo seleziona le sole formule digitali
tra un incalcolabile numero di possibilità le
quali, nello svilupparsi, sprigionino quell’aura
di ineffabile, offerta a un’infinita quantità di
interpretazioni che ne rinnovino la fragranza.
[1]Angelo GILARDINO, recensione a: Dusan Bogdanovic, Sonate N.2 pour guitare «Il Fronimo» N. 58 Gennaio 1985, pp.54-55.
[2]Enrico DEMARIA, Intervista ad Angelo Gilardino in La scuola chitarristica di Vercelli, volume unico, Vercelli, 1990 p.20.
[3]Si veda, a tal proposito, il concetto di idea estetica in Immanuel KANT, Critica del Giudizio, § 49. BUL Laterza, Bari 1981