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Storia degli Studi di Virtuosità e di
Trascendenza di Angelo Gilardino
a cura di Gianni Nuti
Esistono sempre due ordini di cause che
scatenano un moto di rinnovamento: l’uno
oggettivo, l’altro soggettivo.
Le prime cause sono inscritte direttamente nelle
dinamiche della storia della civiltà: ogni
movimento collettivo che si è ispirato a un
complesso di idee eversive vive, una volta
impostosi, un processo di istituzionalizzazione;
la carica propulsiva iniziale si commuta in
energia di mantenimento per poi esaurirsi; la
fase di esaurimento ha in sé il germe di un atto
creativo che dà l’avvio ad un nuovo stato
nascente[1].
Le seconde nascono, nel caso di cui ci occupiamo,
dal disagio di un artista di quarant’anni ancora
alla ricerca del mezzo espressivo per lui più
autentico, che fissi pensieri e sentimenti nella
forma più alta e perfetta.
L’irruzione nella storia di questo secolo della
grande personalità di Segovia aveva imposto la
chitarra al pubblico più vasto e consentito a
questo strumento di accedere ai templi sacri
della musica occidentale dai quali era sempre
stata negletta.
La conseguente ondata di popolarità attorno alla
chitarra degli anni Sessanta e Settanta fu però
viziata da un integralismo dogmatico legato al
culto di un unico stile, un solo modello
estetico incarnato da un repertorio definito e
circoscritto.
D’altro canto, compositori non chitarristi come
Joaquín Turina, Manuel Maria Ponce, Federico
Moreno Torroba - scelti da Segovia secondo
criteri di affinità con la propria formazione
culturale e non per la profondità artistica o la
carica innovativa - avevano elevato il valore
musicale “in astratto” del repertorio
chitarristico.
Ciò ebbe il non piccolo pregio di scoraggiare i
molti, mediocri chitarristi dal comporre pezzi
di genere,
näif, privi di tecnica compositiva e
coscienza storica, e di emarginare i semplici
calligrafi (cioè fornitori di sterili modelli di
scrittura), che avrebbero continuato a relegare
la chitarra in posizioni di netta subalternità.
Assieme ad un contributo di capitale importanza
come quello di Villa Lobos e al repertorio
segoviano vedranno la luce alcune pietre miliari
della letteratura chitarristica ad opera, tra
gli altri, di Benjamin Britten, Frank Martin,
Hans Erich Apostel, Ernst Krenek, Maurice Ohana
(senza contare l’impiego cameristico della
chitarra da parte di Webern e Schönberg), che
conferiscono allo strumento ruoli diversi,
sfruttano le sue inesauribili risorse timbriche,
senza però arricchirne il vocabolario in modo
sostanziale.
All’inizio degli anni Settanta, si assiste a una
nuova
rinascita della figura del
chitarrista-compositore. Il riscatto è
guidato da musicisti come Leo Brouwer (1939),
Alvaro Company (1931), Gilbert Biberian (1944),
molto più colti dei predecessori: eclettici,
padroni delle tecniche compositive, attenti alle
ricerche delle avanguardie, studiosi di storia
della letteratura musicale occidentale e di
interpretazione, ma anche sensibili al processo
di integrazione tra mondi musicali di diversa
provenienza. Ognuno di essi incarna un’idea
personale della chitarra e contribuisce ad
applicare su di essa quella ricerca di sonorità
e timbri strumentali, suoni speciali ed effetti
compiuta dagli autori della Nuova Musica, li
codifica e li iscrive, d’ora in poi a pieno
titolo, nella tavolozza strumentale. Si tratta
tuttavia di casi sporadici, che faticano a
imporsi nell’agora
chitarristico e patiscono, in qualche caso, gli
eccessi di uno sperimentalismo non legato
sistematicamente all’espressione, ma costretto
dalle imposizioni della “struttura”.
In questo quadro storico si innesta la figura di
Angelo Gilardino.
Egli vive del tutto appartato dal mondo
chitarristico militante; di quell’ambiente
aborre il dilettantismo e lo spirito ottuso teso
ad emulare un mito costruito su luoghi comuni e
assiomi non dimostrati, devotamente tramandati
di bocca in bocca.
Riconosce l’importanza della rinata figura del
chitarrista-compositore, ma a distanza: egli è
mobilitato dall’urgenza di conquistare una
propria identità artistica maturata piuttosto
attraverso lo studio, e l’analisi del proprio
operato che grazie a un confronto ravvcinato con
i colleghi.
Inoltre, la scelta della solitudine è
conseguenza di un disagio esistenziale e di un
senso profondo di estraneità al presente.
Gilardino gode, per contro, del conforto e
dell’appoggio di molti artisti non chitarristi,
colti e autorevoli - primo tra tutti Mario
Castelnuovo Tedesco - che lo incoraggiano nella
ricerca di uno spazio per la chitarra più degno
del suo valore e delle sue risorse potenziali.
A partire dal 1967 il chitarrista vercellese
profonde molte energie nell’attività di
editor, stimolando compositori di tutto il mondo a scrivere nuove
musiche, che oggi costituiscono la più vasta e
importante collana per chitarra del Novecento[2].
Questa raccolta è resa compatta dall’elevata
qualità delle opere selezionate, dalla coerenza
con i caratteri estetico-musicali che Gilardino
prediligeva, insieme con l’intento di
valorizzare una precisa immagine della chitarra
sulla quale dovevano convergere voci mai udite.
La collana non si occupa di quelle avanguardie
che negano alla musica l’importanza capitale
dell’espressione. Essa promuove:
·
un recupero delle tecniche compositive
tradizionali e dell’armonia modale;
·
l’invenzione di un contrappunto chitarristico
non soffocato dai limiti strumentali;
·
un’attenzione alle musiche dei popoli rivisitate
da letture colte;
·
un netto rifiuto di ispanismi manierati e
superficiali a vantaggio di ispirazioni più
profondamente radicate negli archetipi remoti
dell’hispanidad;
·
un arricchimento della tavolozza espressiva
dello strumento senza scadimenti
nell’effettistica o nella musica commerciale.
Gilardino, dopo aver monitorato per un
quindicennio la produzione compositiva europea e
americana, continua a riscontrare, nella
letteratura chitarristica, uno scarto tra il
pensiero musicale puro e l’efficacia della sua
applicazione sulla chitarra: si fa urgente, nel
interprete vercellese, l’esigenza di coniare un
idioma specifico che, unita a un’energia
creativa impaziente di manifestarsi, e alla
constatazione di quanto il terreno culturale
circostante si fosse reso più favorevole ad
accogliere musica legata all’espressione, rende
maturi i tempi per nuove composizioni.
Così, a partire dal 1981, sposta definitivamente
il campo della ricerca dalla trincea del
concertismo alle retrovie della scrittura (nella
quale, peraltro, si era occasionalmente
cimentato a partire dal 1968), forte
dell’esperienza, della cultura e delle
intuizioni raccolte nel ventennio precedente di
lavoro.
L’idea di chitarra di Gilardino prende forma
matura in un’opera compositiva che, pur
dall’isolamento nel quale è stata concepita,
incarna con esemplarità le più recenti tendenze
della musica colta.
Quest’ultime si ritrovano al crocevia tra un
ricorso storico volto a recuperare tanto
l’importanza della tradizione quanto il valore
dell’evocazione, e una presa d’atto degli enorme
progressi che il linguaggio musicale ha
realizzato nel Novecento. Dopo la scelta
radicale di “azzeramento” del tempo predicato
dalla scuola post-weberniana - peraltro
giustificata storicamente dal “vuoto” della
cultura europea all’indomani della Seconda
Guerra Mondiale e dalla necessità di smantellare
persistenze stantie e retoricizzate di un’arte
ormai agonizzante - era necessario riconciliare
la musica del presente con quella del passato.
D’altro canto, nessun autentico atto creativo
oggi potrebbe ignorare le conquiste di questo
secolo indossando, con un’artificiosa operazione
mimetica, obsoleti abiti d’epoca.
Gli Studi
di Virtuosità e di Trascendenza di Angelo
Gilardino rispondono a questa necessità di
equilibrio: sono specchio della compresenza tra
la
modernità di un idioma chitarristico del
tutto innovativo, la libertà e varietà delle
forme e la
resistenza alla modernità della sua
poetica.
Questo equilibrio si riscontra anche dallo stile
con il quale svolge la sua attività di didatta.
Egli dirige una bottega artigianale
cinquecentesca: come il capomastro svela i
segreti del suo fare artistico ai discepoli che
ne assimilano gli estremi per nuove e personali
invenzioni, senza appiattimenti e omologazioni.
L’opera d’arte diventa terreno di condivisione
di vite ed esperienze, di esperimenti che
arricchiscono le conoscenze di tutte le parti in
causa.
Tuttavia, la ricerca sull’arte non si effettua
con mezzi empirici, ma si fonda, con rigore
scientifico, sull’osservazione dei fenomeni, la
teorizzazione e la verifica dell’esattezza dei
postulati; tant’è che in più circostanze
Gilardino appare un precursore - inconsapevole e
non sistematico - delle ricerche più avanzate di
estetica, psicologia cognitiva, semiologia della
musica, insomma della scienza applicata all’arte[3].
Non ultimo, è grazie ad un processo meticoloso
di analisi e indagini speculative sullo
strumento durato un ventennio che Gilardino
prende coscienza piena delle modalità funzionali
della chitarra, le sintetizza e da queste
intuizioni genera una tecnica esecutiva e una
scuola, universalmente conosciuta e stimata come
“la scuola chitarristica italiana”. Seppur
paradossale, fino ad allora nessuno aveva
realizzato con sufficiente rigore metodologico
una ricerca che su altri strumenti era stata
compiuta molto tempo addietro.
L’analisi dell’oggetto-chitarra e delle sue
modalità d’impiego non aiuterà solo a forgiare
nuovi virtuosi e una generazione di chitarristi
più consapevoli del loro agire, ma starà a
fondamento di una nuova estetica della chitarra
legata al nome di Gilardino: il mistero del
suono giace nell’incapacità della chitarra di “mantenere
la vibrazione in forma stazionaria”[4]nell’intricato
reticolo corde-tastiera, nell’estrema varietà di
timbri che contiene. Questi caratteri concorrono
tutti a sprigionare, ed insieme occultare, un
unico suono stregato e profondo: è il mistero
della melanconia.
[1]Cfr. Francesco ALBERONI, Movimento e istituzione, Il Mulino, Bologna 1977.
[2]Cfr. Bibliografia p.288
[3]Lo spirito eclettico, estremamente recettivo e “profetico” del suo pensiero è facilmente riscontrabile nei saggi da lui pubblicati tra il 1973 e il 1992 sulla rivista «Il Fronimo», fondata da Ruggero Chiesa ed edita dall’Editrice Suvini Zerboni di Milano (cfr. Bibliografia p.283).
[4]Angelo GILARDINO, La grammatica della chitarra vol.1, Bèrben, Ancona 1994.